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Le origini del debito pubblico italiano
Autore di un libro che denuncia il «mercatismo» [1], il ministro dell’economia Giulio Tremonti non perde occasione di fare appello al debito pubblico per giustificare le magre risorse destinate alle politiche anticrisi: quello italiano resta infatti il debito pubblico più imponente fra i 27 paesi membri dell’Unione Europea. Ma da dove vengono i debiti degli italiani?
Nel dicembre del 2002, Michele Salvati, padre del futuro Partito Democratico, scriveva su Repubblica: in seguito a “le grandi rivendicazioni operaie e studentesche, più in generale le turbolenze sociali, della fine degli anni ’60 e dell’inizio degli anni ’70 [...] inizia [...] una rincorsa inflazione-svalutazione di una intensità e di una durata che nessun altro Paese serio conosce, alla quale si aggiunge una serie ininterrotta di disavanzi di bilancio che rapidamente dà origine ad un debito pubblico di dimensioni allarmanti [2]”.
Fonte: Base informativa pubblica della Banca d’Italia
La spiegazione delle origini del debito pubblico è ormai accettata e interiorizzata dall’opinione pubblica: in un paese poco «serio», «i ceti dirigenti pubblici» non riuscirono (o non vollero) «ricondurre rapidamente a ragione, nei limiti delle risorse disponibili» le spese sociali derivanti dalle contestazioni giovanili e operaie.
E’ quindi dimostrato il legame di causa-effetto fra l’aumento delle spese sociali (presentate in modo più o meno velato come irragionevoli rivendicazioni del ’68) e il debito pubblico .
A supporto della teoria ovunque lo stesso (incontestabile) argomento: l’esplosione della spesa pubblica negli anni Settanta e Ottanta.
In Italia, il rapporto debito/Prodotto Interno Lordo (PIL ) si trova nel 1980 al 60%: la media dei paesi dell’Europa a 15 oscillerà attorno a questa cifra per tutto il ventennio successivo. Così non sarà per il nostro paese: gli anni Ottanta videro una progressione costante del debito fino a raggiungere nel 1994 il 121.5% del PIL .
Allo stesso modo, gli anni Ottanta furono un decennio di grandi disavanzi: questi viaggiarono su una media del 10.7% del PIL contro il 4% dei paesi dell’Europa a 15 e, incontestabilmente, la spesa pubblica passò dal 34% del PIL nel 1970 al 55% del PIL nel 1985 [3].
E’ quindi vero che furono le spese e i conseguenti disavanzi di bilancio dello Stato a spingere il debito verso l’alto?
Un primo elemento che mina la fondatezza della tesi della «spesa sociale» è costituito proprio dall’analisi della spesa e dal confronto con gli altri paesi europei: secondo le cifre della Banca d’Italia [4], la spesa primaria, cioè al netto degli interessi sul debito pubblico , fu... quasi sempre inferiore: eccezion fatta per il biennio 1989-1990 in cui l’Italia sopravanzò leggermente la media europea, la spesa primaria nostrana non fece altro che arrancare lontano dietro gli altri paesi: -16% nel 1980, -8% nel 1985 e ancora -4.8% nel 1993.
Fonte: Base informativa pubblica della Banca d’Italia. Supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia per gli anni precedenti al 1995 (In particolare il bollettino n. 62/2001)
Contrariamente al modello dell’«esplosione incontrollata», l’andamento della spesa pubblica italiana sembra più un riallineamento sugli standard europei al fine di superare un’esiguità del tutto anomala fra i paesi più avanzati.
Tale comportamento trae origine dalla storia del nostro paese: contrariamente a ciò che avvenne in buona parte dei paesi occidentali dove dei sistemi di sicurezza e di previdenza sociale a carattere universale furono adottati nell’immediato dopoguerra [5], in Italia si dovette aspettare il 1970 per l’istituzione della previdenza sociale a carattere obbligatorio e addirittura il 1978 per l’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale [6]: il diritto sancito dalla carta costituzionale degli italiani alla salute rimase sulla carta per ben 35 anni...
Ma se il ritardo rispetto agli altri paesi occidentali fu colmato dal lato della spesa, le cose andarono diversamente dal lato delle entrate. Mentre la maggior parte dei paesi avanzati introdussero una tassa commisurata alla somma di tutte le entrate del contribuente all’inizio del ’900, si dovette aspettare il 1974 affinché anche nel nostro ordinamento venisse introdotta l’IRPEF al seguito dei lavori della commissione Cosciani. Fin dall’inizio, tuttavia, apparve chiaramente chi fosse il nemico numero uno delle finanze dello stato italiano: se da un lato nel 1980 il 24% dei redditi imponibili da lavoro dipendente veniva evaso o eluso, questa cifra passava al... 60% per i redditi di impresa e da capitale! [7].
Lungi dal costituire un segreto, le ragioni dell’evasione fiscale erano note a tutti: in seguito al mutamento della struttura delle imposte non fu infatti previsto nessun adeguamento dell’amministrazione tributaria, il che non poteva che condurre a ingenti difficoltà di riscossione del tributo [8].
Fonte: Base informativa pubblica della Banca d’Italia
Le finanze italiane si ritrovarono quindi a dover sopportare una spesa di gran lunga superiore alle entrate a causa di una tardiva quanto bislacca riforma fiscale che rese possibile un’evasione mostruosa (anche sulle imposte indirette come l’IVA, anch’essa introdotta dalla commissione Cosciani nel 1978) e che finì per gravare quasi esclusivamente sui redditi da lavoro e pensione: «l’Irpef non è certamente una imposta generale sul reddito, ma assume piuttosto le caratteristiche di un’imposta speciale su alcuni redditi, in particolare sui redditi da lavoro dipendente e da pensione». [9]
Fonte: Base informativa pubblica della Banca d’Italia
Comunque, una volta constatati i fatti rimane da capire quali ne furono le cause politiche. In altri termini: come poté il mondo politico giustificare da un lato una tale situazione dissestata del bilancio dello Stato e dall’altro un’enorme evasione fiscale per più di un decennio?
[2] Le radici del declino italiano, 27 dicembre 2002, La Repubblica
[3] Dino Pesole, I debiti degli italiani, Editori Riuniti - 1996, pag. 29
[4] Base informativa pubblica della Banca d’Italia, sezione Statistiche di finanza pubblica nei Paesi dell’Unione Europea
[5] Nel 1945 nacque la Sécurité Sociale in Francia e nel 1946 il National Healcare System in Gran Bretagna
[6] Si noti che i governi che si succedettero fra il 1945 e il 1958 non ritennero nemmeno necessaria l’istituzione del Ministero della Sanità...
[8] Questa incongruenza fu una delle ragioni che spinsero Cesare Cosciani a dimettersi dall’omonima commissione prima della fine dei lavori
[9] Disfunzioni ed iniquità dell’Irpef e possibili alternative: un’analisi del funzionamento dell’imposta sul reddito in Italia nel periodo 1977-83, Vincenzo Visco, 1984
[10] C. A. Ciampi: Considerazioni finali per l’anno 1983, p. 16
[11] C. A. Ciampi: Considerazioni finali per l’anno 1984, p. 23
[12] C. A. Ciampi: Considerazioni finali per l’anno 1985, p. 7
[13] Si, Ciampi ha ragione: le cose non vanno bene, 19 luglio 1984, La Repubblica
[14] Il Presidente del Consiglio allarmato: ‘Deficit, un problema gigantesco’, 11 settembre 1985, La Repubblica
[15] La Confindustria a Craxi: ‘Bisogna governare l’economia’, 11 luglio 1985, La Repubblica
[16] Nuovo catasto e patrimoniale: queste le proposte comuniste, 31 ottobre 1984, La Repubblica
[17] Io, ministro del buonsenso , 8 settembre 1985, La Repubblica
[19] C. A. Ciampi: Considerazioni finali per l’anno 1980, p. 23
[20] Ecco la strategia del rigore, 5 settembre 1985, La Repubblica
[21] Il Fondo non crede alla nostra austerità, 8 ottobre 1985, La Repubblica
[22] La CEE critica il bilancio italiano, 7 luglio 1985, La Repubblica
[23] Per esempio, le statistiche venivano ristrette al gruppo del G7 al fine di escludere i paesi nordici che mostravano pressioni fiscali attorno al 50%. Da notare che, nemmeno in questo modo, l’Italia non figurò mai al primo posto.
[24] Cinque mesi, 600 votazioni: adesso la finanziaria c’è, 27 febbraio 1986, La Repubblica
[25] Il divorzio fra tesoro e Bankitalia e la lite delle comari, 26 luglio 1991, Il Sole 24 ORE
[26] Incalzato dagli alleati, Craxi risponde in Senato, 31 luglio 1985, La Repubblica
[27] Mercato finanziario, istituzioni e debito pubblico in Italia nella seconda metà del novecento, Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’
[28] Dopo Torino, 5 dicembre 1985, La Repubblica
[29] La finanziaria è solo l’inizio: per risanare ci vogliono tasse, 4 ottobre 1985, La Repubblica
[30] Goria esclude ancora la tassazione dei BOT, 19 ottobre 1984, La Repubblica
[32] A titolo di esempio, nello stesso anno il 38% del debito pubblico francese era finanziato con titoli
indicizzati o a breve termine. La vita media del debito era di 6 anni.
[33] Un governo più forte e la speculazione finirà, 3 aprile 1993, La Repubblica
[34] Agnelli e Abete: due settimane di tempo per evitare il disastro, 9 settembre 1992, La Repubblica
[35] Cioè lo stesso aumento registrato fra il 1981 e il 1991. Da notare che gli stessi tre anni si conclusero con
un avanzo primario, dimostrando ancora una volta, che non era certo la spesa a far crescere il debito.
[36] Tax cuts = smaller government, 20 gennaio 2003, The Wall Street Journal Europe
Redazione
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Le origini del debito pubblico italiano10 maggio 2012, di gianni
Condivido in parte quanto scritto è vero che l’indipendenza della BDI ha tolto il potere allo Stato a favore delle banche (basta vedere gli utili del primo trimestre fatti dalle nostre banche grazie ad i soldi BCE e quanto dobbiamo pagare noi italiani in tasse per l’aumento del costo di finanziamento del debito). Sul discorso che il debito cresce per colpa di una bassa tassazione invece mi tocca dissentire perchè negli ultimi 30 anni la pressione fiscale è notevolmente aumentata forse se si fosse speso meno ... Regalare le baby pensioni non mi è sembrata una grande idea, sfruttare le aziende pubbliche riducendoli a colabrodo idem, volgiamo parlare della crescita della spesa sanitaria delle regioni? Se poi vediamo che all’aumentare della spesa sono diminuiti i servizi ai cittadini arriviamo facilmente al nocciolo del problema. Se stringi troppo la corda questa si spezza oggi le imprese emigrano o chiudono chiediamoci perchè
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Le origini del debito pubblico italiano24 ottobre 2012, di gior
«..vogliamo parlare della crescita della spesa sanitaria delle regioni?». La spesa sanitaria delle regioni sara’ pure aumentata e si puo’ sempre migliorare, ma comunque, per rimanere attinenti al concetto quantitativo, la spesa sanitaria in Italia non e’ troppo elevata (7,4% del PIL nel 2011, e si puo’ dire la stessa cosa per gli anni precedenti) in rapporto a quanto si spende in altri paesi europei. Francia, Germania, Gran Bretagna...spendono anche molto piu’ di noi.
La differenza tra sapere e non sapere e’ il documentarsi.
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Le origini del debito pubblico italiano18 aprile 2012, di sandropascucci
naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale
ooppss!! il signoraggio..
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Le origini del debito pubblico italiano2 aprile 2012
probabilmente l’unica colpa di tutti questi governi servi è mascherato dal poco coraggio ma in realtà è vero e propio servilismo verso i poteri con cui sono complementari. so che qui magari non condividerete ma il problema reale non è altro che il capitalismo
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Le origini del debito pubblico italiano26 febbraio 2012, di Leprechaun
Salve. Mi sono preso recentemente la briga di fare qualche conto banale su alcuni dati sul debito e sugli interessi. In realtà mi pare di poter concludere che - al di là degli errori e degli orrori delle politiche seguite in merito alla spesa e al prelievo - la sostanza del discorso è che il livello di debito attuale dipende sostanzialmente dai tassi esorbitanti che lo Stato ha di fatto pagato.
Qui i conti con tabelle e figure.
Sarebbero bastati tassi ragionevoli ancorché remunerativi per condurre ad una situazione completamente diversa.
Questo non toglie nulla ovviamente alle tante considerazioni fatte nell’articolo, ma aggiunge forse un visione quantitativa dell’entità del problema dei tassi di interesse.
Sarebbe interessante avere un riscontro critico. -
Le origini del debito pubblico italiano2 settembre 2011, di Lorenzo
1. Mi chiedo perché ancora si crede nelle funzioni dei cosiddetti «mercati» allorché per l’Europa il suo mercato specifico si presenta chiuso in quanto si possono importare grandi quantità di merci a prezzi molto convenienti ma l’esportazione è molto limitata a causa della sleale e gigantesca concorrenza internazionale (4 mld di lavoratori vs/ 250 mln).
2. I mercati monetari e finanziari sono soggetti ad altre leggi che favoriscono le speculazioni grazie all’avvento della moneta elettronica e ai sistemi informativi telematici (ora il capitale non ha né padroni, né residenza...) che in pochi secondi possono far dirottare una petroliera da Genova ad Amsterdam alla ricerca del maggior profitto.
3. Il guaio dell’Italia è l’aver perso le grandi industrie di un tempo e non c’è lavoro per tutti, in più l’immigrazione, gli incentivi, gli ammortizzatori, la difesa, ecc. hanno un pesantissimo costo che si riflette sul disavanzo . Perché questi costi non sono mai evidenziati?
4. Dal mio punto di vista questi problemi possono essere risolti abbandonando il fallimentare neo liberismo marca UE a favore di una particolare combinazione di capitalismo liberista e Stato imprenditore, come specificato nel libro «New Economy & Socialismo» (Edizioni Associate, Roma 2008). Chissà...
Grazie.-
Le origini del debito pubblico italiano12 novembre 2011
Articolo molto interessante grazie per queste informazioni.
lunettes de soleil
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Le origini del debito pubblico italiano11 gennaio 2012
Articolo sorprendentemente approfondito...fa capire tante cose... qui altre informazioni sul debito pubblico italiano http://www.marketmovers.it/2012/01/...
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Le origini del debito pubblico italiano5 agosto 2011, di paolo
complimenti, un intervento chiaro e interessantissimo. Unica pecca, a mio avviso, il fatto che il pre-Andreattismo viene in qualche modo visto in termini positivi. E questo è molto sbagliato perchè l’origine dell’errore sta proprio li. E’ triste e inaccettabile che la politica finisca nelle mani dei privati, ma è ancora più inaccettabile uno schema inflattivo come quello degli anni 70: l’inflazione distrugge la piccola ricchezza e rende impossibile la vita ai più disagiati. Il punto, come accennato nell’articolo e come già commentato è che la spesa sociale si finanzia con le tasse. Certi interventi struturali possono essere finanziati con il debito pubblico , ma tenendolo in stretto controllo. Negli anni ’70 si è fatto il contrario e si è tenuto a livelli bassi il debito mettendo in moto un meccanismo di inflazione che, a mio avviso, conduce necessariamente allo «sbracamento» degli anni ’80...: quando negli anni ’80 si cerca di tenere sotto controllo l’inflazione ovviamente il debito pubblicio schizza in alto... comunque grazie per il lavoro
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Le origini del debito pubblico italiano7 agosto 2011, di Redazione
Grazie Paolo per il commento.
In risposta, teniamo a precisare che, benché l’articolo non tratti del periodo precedente agli anni ottanta, non siamo d’accordo con un’interpretazione assolutamente negativa dell’inflazione.
Limitandoci alle due considerazioni che ci sembrano più importanti:
- l’inflazione non costituisce per natura un problema per i meno abbienti : se i salari più bassi vengono adeguati correttamente (la cosiddetta scala mobile) non vi è perdita di potere d’acquisto.
- nel periodo precedente gli anni Ottanta, i tassi d’interesse furono costantemente inferiori al tasso d’inflazione, il che significa che l’onere di un mutuo per la casa o per un’automobile si riduceva man mano che il tempo passava. In questa logica era molto più avvantaggiato il debitore (che solitamente non dispone di capitali) rispetto al creditore (che solitamente dispone di capitali superflui).
Alla fine riteniamo ampiamente influenzato dalla propaganda l’argomento che vuol fare dell’inflazione un male per i meno abbienti: in realtà le politiche deflattive sono state un ottimo pretesto per aumentare i tassi d’interesse reali favorendo i detentori di capitali.
A riprova, si consulti questo documento (pagina 97) che descrive l’aumento incontestabile delle disuguaglianze a livello mondiale a partire dagli anni Ottanta.
Al di là di ogni luogo comune, oggi siamo senza inflazione, ma nel frattempo i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
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Le origini del debito pubblico italiano8 agosto 2011, di paolo
daccordissimo con te che le politiche del rigore deflattivo sono un male... ma tra la politica prediletta della BCE e quella dei governi degli anni ’70 credo che si possa essere un punto mediano... La scala mobile era un correttivo all’inflazione ma era lungi dal pareggiare i conti. Io ho sempre avuto l’impressione che al politica inflazionista di quegli anni (oltre ai noti fini di contenimento del debito) servisse soprattutto agli indiustriiali italiani in crisi che cercavano di mantenere competitività... A mio avviso l’inflazione a quel livello (come rimedio alla crisi e non come conseguenza alla crescita) droga un sistema già abbastanza drogato per suo conto.. questa ovviamente è la mia opinione.
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Nota numero 320 luglio 2011, di Mattia
Caro Umanista,
la tua nota numero tre si riferisce a (probabilmente) un libro intitolato «storia del debito pubblico ». Potresti essere un tantino piu’ preciso? (autore, casa editrice...). Mi interesserebbe ritrovare quel libro e leggerlo. Grazie!
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Nota numero 326 luglio 2011, di Redazione
Caro Mattia,
quella nota è rimasta sfortunatamente allo stato di bozza e ci è difficile oggi ritrovare la fonte esatta.Probabilmente (ma non abbiamo verificato) facevamo riferimento a: Ignazio Musu, Il debito pubblico , Il Mulino, Bologna - 1998
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Le origini del debito pubblico italiano28 novembre 2010, di Tommaso
Splendido pezzo. Da qualche tempo cercavo una buona descrizione del motivo del debito pubblico italiano, e questo articolo la presenta.
Appunto alla ricerca di questi motivi, ho appena pubblicato un post su un mio blog sul tema, ma e’ puramente descrittivo dell’andamento del debito. Non ho infatti i mezzi per capirne i motivi.
Eccolo il mio pezzo, mi faccio pubblicita’: http://italiapiu20.wordpress.com/20...
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Le origini del debito pubblico italiano10 novembre 2011, di PASTRA
L’ARTICOLO NON SPIEGA l’aumento del deficit di questi ultimi 12 anni: CON LA TERRIBILE INFLAZIONE DI QUESTI ANNI ED I BASSISSIMI TASSI DI INTERESSE PAGATI nel decennio passato( scusate le maiuscole)
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Le origini del debito pubblico italiano20 settembre 2009, di faz
analisi per certi versi interessante..., tuttavia è fuorviante citare la spesa pubblica primaria senza ricordare che veniva finanziata a debito. Lei omette di dire una cosa fondamentale: che la stessa spesa pubblica invece nel resto dell’Europa veniva finanziata con una pressione fiscale che era già all’inzio degli anni 80 sopra il 40% del PIL . il problema non è dunque essere o meno contro la spesa pubblica, ma essere promotori di una spesa pubblica sostenibile come è stato fatto in molti paesi e come invece non è avvenuto in Italia per colpa anche dei cittadini che votavano i politici che promettevano le vacche grasse senza nessun sacrificio.
Si ricordi che lo slogan meno tasse per tutti ha fatto le fortune politiche in tempi recentissimi.-
Le origini del debito pubblico italiano27 settembre 2009, di Redazione
Grazie per il commento.
Una delle tesi difese dall’articolo è proprio che il debito pubblico non è figlio della spesa, ma della pressione fiscale troppo bassa. Proprio per questo il dato citato dal suo commento non è stato affatto omesso (si veda il grafico «Entrate in percentuale di PIL »). Se ha potuto avere un’impressione contraria leggendo l’articolo ciò significa che troppo pochi sforzi sono stati fatti durante la redazione per rendere tale messaggio sufficientemente chiaro.
Anticipando uno dei prossimi articoli, ci preme comunque chiarire che riteniamo sbagliata la tesi secondo la quale il debito non è altro che il prezzo che gli italiani devono pagare oggi per aver vissuto al disopra dei loro mezzi ieri: ogni forma di debito è un trasferimento di ricchezza da chi paga gli interessi a chi li incassa cioè, nel caso del debito pubblico , da chi paga le tasse a chi dispone di capitali da prestare allo Stato e ne riceve gli interessi.
Le vacche furono grasse per chi (una minoranza) disponeva di capitali da investire in titoli di Stato incassando tassi reali da usura (cf. il grafico Inflazione/PIL ) e accumulando patrimoni ingenti quanto immorali sebbene perfettamente legali. Gli slogan come «meno tasse per tutti» si risolvevano allora come oggi in «poche tasse per alcuni e troppe per altri»: si tenga presente che a più di trent’anni dall’introduzione dell’IRPEF, ancora oggi i redditi da capitale sono tassati in modo differenziato.
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Le origini del debito pubblico italiano27 settembre 2011, di Luciano Vannucci
La tesi del trasferimento della ricchezza tra chi paga le imposte e chi lucra gli interessi sui prestiti allo Stato è matematicamente corretta, tuttavia non può e non deve lasciare adito a malintesi circa l’esistenza di intenti speculativi.
Intendo dire che una certa, significativa,
parte del debito pubblico è stata sottoscritta da risparmiatori, lavoratori dipendenti o pensionati, che hanno contribuito regolarmente alle entrate fiscali con il prelievo alla fonte subito sui loro redditi.
Tanto per opportuna informazione di chi certe cose può non saperle, ancora oggi, anno 2011, lo Stato corrisponde sui risparmi costituiti da buoni postali fruttiferi sottoscritti negli anni ’80, il tasso di interesse del 12 (dico dodici) per cento! Tasso che in origine era del 16%, successivamente ridotto al 12%.
Ecco allora dove, ignari ma oculati risparmiatori, oggi lucrano dal prestito sociale molto più di quanto hanno contribuito con le loro imposte a inconsapevole danno degli attuali contribuenti.
Ma... hanno sbagliato i conti i governanti o i risparmiatori ? La risposta penso sia di chiara evidenza per tutti.
Cordiali saluti e grazie per la vostra meritoria opera di informazione.
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Le origini del debito pubblico italiano29 ottobre 2011, di Redazione
Grazie per il commento.
Ci permettiamo tuttavia di dissentire nel modo più assoluto.Il debito pubblico costituisce un meccanismo di redistribuzione inversa di ricchezza, dai contribuenti ai detentori di capitali. Non si tratta solo di un’astrazione matematica, ma di un dato di fatto.
Per conoscere le fonti sui cui basiamo la nostra tesi, suggeriamo di leggere l’articolo Chi possiede il debito pubblico italiano?
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