Crescita e occupazione: inganno sociale

Giovedì 25 settembre 2008, di Redazione - Lavoro

«Soltanto la crescita crea occupazione». Da anni martellata da tutti i mezzi di comunicazione l’idea è diventata una verità indiscutibile. A tal punto che risulta quasi difficile credere che gli ultimi cinquant’anni abbiano dimostrato proprio il contrario.

Nei quasi cinque decenni che vanno dal 1960 a oggi, l’economia italiana ha creato circa quattro milioni di posti di lavoro. In termini percentuali il numero degli occupati è cresciuto del 19%, cifra che sebbene sembri fallimentare rispetto alla prestazione dell’economia statunitense (+118%) rimane comunque migliore di ciò che è stato fatto in Gran Bretagna (+18%). Più sorprendente è invece la crescita del Prodotto Interno Lordo  : il PIL   nostrano sfoggia un ragguardevole +292%, cifra di tutto rispetto se comparata al +362% ottenuto oltreoceano.

Anche l’osservatore più distratto avrà colto l’incoerenza di queste cifre: come è possibile che due economie che dopo tutto sono cresciute in modo comparabile abbiano creato occupazione in modo cosi’ diverso?

Occupati Fonte: Base di dati dell’Università di Groningen



Al di là della propaganda mediatica, l’aumento dell’occupazione dipende da due fattori: la crescita netta e la riduzione dell’orario di lavoro.

Per spiegare la crescita netta basta un semplice esempio. Si supponga che quattro lavoratori durante un anno lavorino con una produttività di 10 Euro pro capite. Il PIL   finale sarà dunque di 40 Euro. Nell’anno successivo si supponga che il PIL   risulti essere 45 Euro: si avrà quindi una «crescita» del 12.5%. Al di là delle prevedibili giubilanti dichiarazioni del presidente del consiglio di turno, è utile immaginare le conseguenze sull’occupazione. Si supponga che, grazie a importanti investimenti in macchinari, la produttività sia passata a 15 Euro: le imprese con solo tre lavoratori hanno quindi ottenuto un PIL   di 45 Euro e l’occupazione è... diminuita! La crescita può non creare occupazione, o addirittura distruggere posti di lavoro se è inferiore all’aumento di produttività. Sembra inverosimile eppure si tratta esattamente di ciò che è successo in Italia.

Produttività e PIL Crescita della produttività oraria e del PIL   rispetto ai valori del 1960.
Fonte: Base di dati dell’Università di Groningen




Se nel 2007 gli italiani avessero avuto la stessa produttività che ebbero nel 1960, non sarebbero bastati bambini e pensionati per produrre lo stesso PIL  .

Per quanto riguarda la riduzione dell’orario il meccanismo funziona in modo assai semplice: meno si lavora e più le imprese sono obbligate ad assumere: se per tutto il 2007 gli italiani avessero lavorato secondo gli orari dell’anno 1960, si sarebbe prodotto lo stesso PIL   con ben 8 milioni di posti di lavoro in meno.

Siamo ora in grado di spiegare l’evoluzione dell’occupazione durante l’ultimo mezzo secolo:

Posti di lavoro creati Numero di posti di lavoro creati dalla riduzione dell’orario e numero di posti di lavoro distrutti dalla «crescita» (in migliaia).
Fonte: Elaborazione su Base di dati dell’Università di Groningen




Fra il 1960 e il 1979 l’economia italiana non ha creato nessun posto di lavoro: alla fine del 1979 il numero di posti di lavoro creato dalla riduzione dell’orario (che passo’ da 2234 a 1733 ore annue) fu perfettamente bilanciata dalla distruzione di impieghi da parte della produttività. Da notare che il PIL   crebbe comunque del... 141%!. L’occupazione crebbe fino al 1992, anno a partire dal quale una impennata della produttività distrusse più di un milione trecentomila posti di lavoro nel giro di tre anni. Grazie a un rallentamento della crescita della produttività l’occupazione superò il livello del ’92 solo nel 2001.

E’ quindi la differenza nella crescita relativa della produttività («solo» +135% negli Stati Uniti) che spiega le diverse conseguenze sull’occupazione: un incremento di produttività più ridotto ha spinto le imprese ad assumere maggiormente e, in ultima analisi, a creare un maggior numero di posti di lavoro.


Dieci anni fa Cesare Romiti dichiarava: «L’occupazione resta la priorità assoluta, ma l’unico modo per affrontarla in modo serio è attivare lo sviluppo» [1]. Lo sviluppo si è già attivato da mezzo secolo, ma se l’occupazione è aumentata lo si deve interamente alla riduzione dell’orario di lavoro.

Oltre che per recuperare quella gigantesca quota di ricchezza che è andata ai profitti negli ultimi decenni (si legga Crescita e occupazione: inganno sociale), ridurre in modo equo l’orario di lavoro rimane l’unica opzione possibile per tornare a lavorare per vivere e non vivere per lavorare.

Note

[1] Romiti: 35 ore? Un’assurdità, 25 gennaio 1998, La Repubblica

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2 Messaggi del forum

  • Crescita e occupazione: inganno sociale 28 marzo 2009 00:23, di Claudio

    Mi sembra un’impostazione semplicistica. Fino al ’79 in Italia non si creano posti di lavoro perché non c’è offerta, poiché il Paese vive una sostanziale piena occupazione.

    Penso sia infatti altrettanto se non maggiormente significativo andare a vedere il tasso di disoccupazione, piuttosto che quello di occupazione. Ebbene, dalla fine dei ’50 alla fine dei ’70, quando inizia a impennarsi malgrado i posti creati, è sempre sotto il 6%, spesso di molto. Io ho 28 anni e mio padre mi racconta che all’epoca poteva permettersi di rifiutare parecchi lavori di un certo livello. Oggi invece ci si scanna per un posto appena decente.

    In sostanza, io approvo la proposta di riduzione di orario in relazione all’aumento della produttività, non condivido tuttavia la vostra analisi di lungo periodo.

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    • Crescita e occupazione: inganno sociale 29 marzo 2009 11:40, di Redazione

      Grazie per il commento.

      Non c’è dubbio che il mercato del lavoro fosse più teso negli anni ’60 e ’70 rispetto a oggi. Tuttavia fra il 1960 e il 1980 gli italiani in età attiva (15-64 anni) passarono da 33 a 36 milioni (dati Eurostat). Nello stesso periodo gli occupati non aumentarono, quindi non si vede come un aumento della forza lavoro del 9% non si sia ripercosso sul tasso di disoccupazione. In realtà la definizione di «disoccupato» è estremamente arbitraria: oggi l’ISTAT considera occupata una persona che lavora 4 ore al mese. Questo spiega la scelta in questo articolo del tasso di occupazione.

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