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La questione retributiva - [L'Umanista.info]

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La questione retributiva

martedì 8 luglio 2008 di Redazione

Fra il 1986 e il 2006 in Germania, i salari netti sono aumentati di... 5 Euro [1], mentre in Francia, incalzato sul potere d’acquisto delle retribuzioni dai giornalisti durante una conferenza stampa, Nicolas Sarkozy non ha potuto evitare di confessare la sua totale impotenza [2].
In Italia le cose non vanno certo diversamente...

Ultimo atto (incompiuto) del governo Prodi II è stata la questione retributiva.
In periodo di rinnovo nonché di «riforma» dei contratti, un impulso inaspettato alla discussione è stato dato dalla Banca d’Italia: prima con una dichiarazione dell’ottobre scorso [3], in cui Mario Draghi non esitava a giudicare “troppo basse” le retribuzioni in Italia e poi con l’indagine sui bilanci delle famiglie nel 2006 che evidenziava la sostanziale stagnazione dei salari reali dal 2000.
Riassumendo i termini della questione, il discorso della Banca d’Italia e di Confindustria (ma anche di numerosi rappresentanti sindacali) si articola in due punti:

  • le retribuzioni in Italia sono inferiori a quelle degli altri più importanti paesi industrializzati
  • dall’inizio degli anni 2000 (introduzione dell’euro), ma qualcuno si spinge anche fino al 1992 (abolizione della scala mobile) le retribuzioni sono rimaste invariate o, al più, hanno subito lievi aumenti in termini reali.

In entrambi i casi l’analisi “nazionale” del problema condiziona fortemente il ventaglio delle soluzioni possibili: così Romano Prodi (sostenuto a gran voce dalla Sinistra dell’ex Unione) poteva facilmente presentarsi come salvatore della Patria dichiarando, qualche giorno prima della caduta del suo governo, che il momento dello sviluppo era arrivato: grazie al cosiddetto «tesoretto», una consistente riduzione delle tasse sul lavoro dipendente avrebbe rinvigorito una dinamica salariale ormai quasi piatta.
Insomma sembrano lontani i tempi in cui Carlo Azeglio Ciampi attaccava senza sosta gli eccessivi aumenti del costo del lavoro.
Improvvisa presa di coscienza o sottile strategia politica?


Italia

Fonte: base di dati dell’Unione Europea AMECO

Benché siano presentate come capaci di evoluzione autonoma, le retribuzioni sono il frutto di un processo di ripartizione delle risorse: a seconda della forza contrattuale dei lavoratori rispetto a quella dei datori di lavoro, salari e stipendi possono catturare una più grande o più piccola parte di ricchezza.
Ma procediamo con ordine.
Prendendo come stima della ricchezza prodotta dal paese il Prodotto Interno Lordo (PIL  ), è facile trovare l’andamento della percentuale di PIL   che viene assegnata ogni anno alle retribuzioni: semplificando, si può infatti considerare il PIL   come la ricchezza prodotta dal paese nell’arco di un anno. Tale ricchezza può essere destinata a tre diversi impieghi:

  • alle retribuzioni dei lavoratori
  • ai profitti di imprese e imprenditori
  • agli investimenti al fine di aumentare la capacità produttiva e/o l’efficienza del paese

L’andamento della quota riservata alle retribuzioni è stupefacente: a fronte di una prima fase sostanzialmente stabile durante gli anni Sessanta, vi è un brusco aumento nella prima metà degli anni Settanta seguito da una riduzione regolare e ininterrotta dal 1975 fino al 2000. Segue poi una seconda fase stabile ad un valore inferiore di dieci punti rispetto alla prima.
Ma c’è di più: lungi dall’essere un fenomeno esclusivamente italiano, la media dei paesi dell’Unione Europea mostra un andamento molto simile, mentre, per quanto riguarda gli Stati Uniti, non si tratta d’altro che di un’eccezione che conferma la regola: trascurando un’infima minoranza corrispondente alle retribuzioni più elevate [4], si ottiene esattamente lo stesso andamento.

In soldoni: se per cento Euro (o Lire) di ricchezza prodotta i lavoratori italiani del 1975 ne percepivano 70 in termini di salari e stipendi, i lavoratori del 2007 ne hanno percepito solamente... 54.
Dove sono finiti gli altri 16 Euro?


Europa 15

Fonte: base di dati dell’Unione Europea AMECO

Argomento tabù “dimenticato” dai media, il fenomeno è ben noto agli organismi internazionali a tal punto che un documento della Banca dei Regolamenti Internazionali [5] del luglio 2007 prova, per la verità con scarso successo, ad analizzarne le cause.
Le cause, proprio loro, le grandi assenti dal dibattito politico italiano: come spiegare un fenomeno che si può qualificare in tutta tranquillità come strutturale, in atto da più di trent’anni e in tutti i paesi cosiddetti avanzati?
Se le spiegazioni basate sull’introduzione dell’euro o l’abolizione della scala mobile fondono come neve al sole, non vuol dire che spiegazione non vi sia: effetto collaterale del primo shock petrolifero del 1973, in realtà vi è un solo fenomeno presente in tutti i paesi per un arco di tempo così ampio: la disoccupazione.

In effetti l’andamento della disoccupazione è esattamente simmetrico rispetto a quello della quota di PIL   assegnata alle retribuzioni: i periodi di aumento della prima hanno visto una corrispondente riduzione della quota di retribuzioni. Al contrario, ai periodo di ristagno o riduzione dei disoccupati corrispondono brusche frenate della riduzione dei salari.
Non stupisce quindi affatto che J.C. Trichet [6], in una dichiarazione del febbraio scorso, parli di “una crescita salariale più vigorosa del previsto tenuto conto [...] delle condizioni tese del mercato del lavoro [7]”: tassi di disoccupazione in discesa come quelli dell’Italia (anche se si potrebbe discutere a lungo del modo in cui sono ottenuti) potrebbero prima o poi farsi sentire sui salari generando, secondo le analisi monetariste della Banca Centrale Europea un incremento del tasso di inflazione.
Come si traduce l’effetto della disoccupazione sul livello delle retribuzioni? La riserva di mano d’opera permette semplicemente di non trasmettere su salari e stipendi gli aumenti di produttività. Quest’ultima infatti è la principale responsabile della crescita: dal 1960 al 2007 il PIL   italiano è aumentato del 304% in termini reali, la produttività del 241% mentre l’occupazione solamente del... 44%! (si legga Crescita e occupazione: inganno sociale)

Più semplicemente il gioco funziona così: supponiamo che in un anno il lavoratore medio che lavora 8 ore al giorno produca 100 Euro e ne riceva 70 [8]. Supponiamo ora che l’anno successivo la produttività del lavoro sia aumentata (ad esempio grazie al progresso tecnologico) e che quindi lo stesso lavoratore lavorando sempre 8 ore al giorno riesca a produrre 120 Euro (si dirà quindi che la produttività è aumentata del 20%). Ora, se al lavoratore viene concesso un aumento annuale inferiore al 20 per cento (per esempio il 10%, cioè 7 Euro), la quota di PIL (cioè di ricchezza prodotta) destinata alle retribuzioni è diminuita: si è passati dal 70% (70 Euro su 100 prodotti nel primo anno) al 64% (77 Euro su 120).

E’ quindi chiaro che quando Montezemolo dichiara che “dobbiamo far sì che anche il sistema contrattuale punti all’obiettivo della crescita e dell’incremento di produttività. Solo in questo modo possiamo garantire l’aumento dell’occupazione accanto all’incremento delle retribuzioni [9]” dice una evidente falsità, ma non improvvisa affatto: crescita e incremento di produttività, praticamente sinonimi, sono indispensabili alle imprese per mantenere il loro tasso di profitto, mentre se, per quanto riguarda l’occupazione vi è solo un tenue legame con la crescita, l’aumento di produttività degli ultimi trent’anni ha portato addirittura a una riduzione dei salari!
Ecco allora che legare gli aumenti retributivi alla produttività, idea che pare in prima analisi piena di buon senso, non è altro che un metodo intelligente per far sì che le retribuzioni stagnino per lunghi anni ancora.

Se aumentare la produttività rimane indiscutibilmente un obiettivo della collettività, questo deve comunque essere usato con uno scopo ben preciso: aumentare l’occupazione tramite la riduzione dell’orario di lavoro. Solo in questo modo si otterrebbe una più equa distribuzione della ricchezza prodotta. Nella direzione opposta va invece la proposta di Berlusconi di detassare gli straordinari [10].
Per quanto invece riguarda gli intenti del defunto governo Prodi, tagli di tasse o redistribuzioni di tesoretto non possono che finire nella stessa borsa, cioè quella dei profitti.


Profitti

Quota di PIL destinata ai profitti (da destra Stati Uniti, Austria, Italia, Canada, Francia, Spagna, Germania e Giappone)
Fonte: [6]

Non è infatti un semplice caso se il documento di cui sopra della BRI non parla di riduzione dei salari, ma di incremento dei profitti: contropartita della riduzione delle retribuzioni, l’incremento dei profitti è anch’esso una costante in molti paesi. Senza agire sui meccanismi di base del fenomeno quindi, è facile prevedere che entro qualche anno una riduzione delle tasse sulle prime verrà riassorbita dai secondi. Ovviamente, ciò non impediva a Prodi di annunciare: “sui salari, misure strutturali” [11]...

Senza dimenticare che una riduzione delle entrate non può far altro che danneggiare le fasce più povere della popolazione secondo un modello ormai consolidato: meno entrate più deficit  , più deficit   più debito, più debito... meno spese: Mario Draghi non lo nasconde [12], ma pare che gli anni Ottanta (si legga La questione retributiva) non abbiano insegnato niente né alla «sinistra» né ai sindacati.

[1Der Netto-Lohn Skandal, 29 settembre 2007, Build

[2Travailler plus (air connu), 9 gennaio 2008, Libération

[6Governatore della Banca Centrale Europea (BCE)

[7 BCE, rischi di rialzo prezzi, 14 febbraio 2008, La Stampa

[8Le cifre di questo esempio sono totalmente fittizie. Inoltre, per semplicità, non si considera l’inflazione. Tutto ciò non intacca la veridicità dei concetti espressi.

[9Montezemolo: ‘Ora è allarme salari cambiamo i contratti senza governo’, 29 gennaio 2008, La Repubblica

[10Montezemolo: ‘Bene Berlusconi sugli sgravi a straordinari e premi’, 14 febbraio 2008, La Repubblica

[11Prodi: ‘Così aiuterò le famiglie’, 31 dicembre 2007, La Repubblica

[12Tasse, la frenata di Draghi: tagli solo se cala la spesa, 20 gennaio 2008, La Repubblica


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