Un altro mondo è possibile?
Martedì 17 marzo 2009, di - Editoriali
Fin dalla sua nascita, l’economia ha cercato di intrattenere un’immagine di scienza asettica, indipendente dai rapporti sociali nell’ottica non dichiarata di rendere indiscutibile la distribuzione della ricchezza e l’organizzazione della società. I risultati di tale lavoro ideologico sembrano più che mai visibili oggi quando, di fronte a una crisi che dilaga di giorno in giorno, nessuno sembra in grado di offrire una proposta concreta di società alternativa.
Per i primi studiosi che tentarono di fare dell’economia una scienza - gli economisti classici - il mondo si divideva in tre categorie: coloro che disponevano di un capitale, i capitalisti, coloro che possedevano la terra, i proprietari terrieri e coloro che non disponevano ne dell’uno ne dell’altra, i lavoratori. I rapporti fra queste tre classi si reggevano su un insieme di «leggi naturali» oggetto di studio dell’economia. Fra questi si trovava il principio della mano invisibile, enunciato da Adam Smith (1723-1790): il produttore guidato dall’interesse personale e «condotto da una mano invisibile finisce per perseguire uno scopo che non è per nulla nelle sue intenzioni» [1].
La magia del meccanismo della mano invisibile non portava comunque gli economisti classici a conclusioni troppo ottimiste riguardo alle sorti del capitalismo. Per David Ricardo (1772-1823) la crescita della produzione avrebbe dovuto fare i conti con la limitatezza della natura, causa ineluttabile di una aumento dei costi di produzione che avrebbe annullato i profitti. La società che ne sarebbe scaturita sarebbe stata caratterizzata da duri conflitti per la spartizione della ricchezza.
Per Ricardo un altro mondo era possibile, ma non per questo auspicabile...
Marx e la rivoluzione inevitabile
Elemento essenziale della sua teoria, Marx (1818-1883) non credeva che l’economia si reggesse su leggi universali, ma semplicemente su delle regole valide e verificabili in un dato periodo storico. Per Marx le «leggi» degli economisti classici altro non erano che il frutto dell’evoluzione storica e dei rapporti di forza fra le classi.
Agendo con assoluta cognizione di causa, Marx dimostrò quanto l’economia fosse frutto di scelte umane e, quindi, modificabili. Per Marx, non solo un altro mondo era possibile, ma addirittura inevitabile: «la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che devono darle la morte; essa produsse pure gli uomini che devono manipolarle – gli operai moderni, i Proletarii.» [2].
Ritorno al passato
Ma mentre con Marx l’irrefutabilità dell’economia e con essa dei rapporti sociali sembravano essere rimessi in discussione, la nuova ondata di economisti, i marginalisti, preparava un ritorno al passato per altra via. Sebbene alcuni di essi furono critici nei confronti del capitalismo - Alfred Marshall (1842-1924) si disse addirittura d’accordo con alcuni principi del socialismo - i marginalisti effettuarono una vera e propria rivoluzione copernicana: l’economia abbandonò il punto di vista più o meno neutro che l’aveva caratterizzata e si trasformò in una specie di guida dell’imprenditore e del consumatore.
I concetti cardine divennero la massimizzazione del profitto per il primo e dell’utilità per il secondo. Le classi sociali scomparvero lasciando il posto ai «fattori produttivi»: si cominciò a parlare di remunerazione del lavoro per indicare le retribuzioni, di remunerazione del capitale per indicare i profitti e perfino la terra ebbe diritto a una remunerazione. Ma capitalisti, lavoratori e proprietari scomparvero dalla scena.
Il processo di disumanizzazione della scienza economica arrivò a compimento con l’idea di mercato: nessuno ne controlla il prezzo d’equilibrio, sia esso mercato della frutta o del «fattore lavoro», che invece risulta fissato dall’incontro fra due entità superiori e astratte: la domanda e l’offerta.
Ancora un passo avanti nella logica delle leggi immutabili.
L’ultimo dei critici: Keynes
Nel 1929 tuttavia la realtà mise a dura prova i teorici dell’unica via possibile. E sotto le luci della ribalta si ritrovò ancora una volta un economista ostile alla presunta ineluttabilità delle leggi economiche.
A detta di John Maynard Keynes (1883-1946), che come Marx non ebbe alcun diploma di economia, quest’ultima doveva trovar posto sul sedile posteriore di un’automobile guidata dalla politica e dall’etica. La società governata dal solo mercato non avrebbe mai raggiunto un equilibrio soddisfacente e solo l’intervento dello Stato aveva qualche speranza di far sopravvivere il capitalismo.
Controrivoluzione
Ma ad azione corrisponde reazione: la corrente marginalista si estremizzò dando origine alla scuola austriaca. Secondo il suo più eminente esponente, Friedrich Von Hayek (1899-1992), convinto sostenitore dell’ordine «spontaneo» del mercato, l’idea di un’organizzazione diversa della società non era solo scellerata, ma semplicemente impossibile: «le istituzioni si sono sviluppate nel modo particolare che conosciamo perché la coordinazione degli agenti economici che esse garantiscono è più efficace rispetto a quella garantita dalle altre istituzioni possibili» [3].
In altre parole: il mondo che abbiamo sotto gli occhi, buono o cattivo che sia, è l’unico possibile.
E oggi?
Globalizzazione dei mercati, disfatta delle sinistre e individualismo imperante spingono anche gli osservatori più critici a rinunciare a costruire una società diversa. Eppure la crisi finanziaria in corso ha mostrato come idee che sembravano destinate ai libri di storia fino a ieri - nazionalizzazione delle banche in primis - possano tornare di bruciante attualità.
Mettendo a nudo il vuoto programmatico pluridecennale della sinistra, la crisi del neoliberismo ha finito per far cantare vittoria ai... neoliberisti: «E’ facile pensare che con essa (la crisi, ndr.) non si esauriranno né il capitalismo, né il mercato e non resteranno mute nemmeno le bistrattatissime culture liberali. [...] Non c’ è all’orizzonte un «altro mondo»» [4].
Al di là dell’evidente carattere scaramantico di tali affermazioni, bisogna confessare che la sinistra, caduta nella trappola dell’ineluttabilità del capitalismo e dell’onnipotenza del mercato, si è fatta trovare senza soluzione di ricambio. A tal punto che persino la sua componente più radicale non riesce a far altro che riproporre un mero ritorno al capitalismo keynesiano degli anni Settanta.
Ma guai a darsi per vinti. La crisi durerà diversi anni e il peggiore degli errori sarebbe di ricadere nella trappola dell’unica via possibile. Poiché proprio questa trappola ideologica costituisce da sempre la miglior strategia di conservazione dell’ingiustizia sociale.
Note
[1] An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, Adam Smith, Londra - 1776
[2] Manifesto Comunista, Karl Marx e Friedrich Engels, Londra - 1848
[3] Essais de philosophie, de science politique et d’économie, Friedrich Von Hayek, Parigi - 2007
[4] La storia non finisce, Il Corriere della Sera, 6 dicembre 2008